TORRICELLI

Angelo Torricelli
Architetto, professore ordinario di Composizione architettonica e preside della Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano. Fa parte del collegio docenti del Dottorato di ricerca in Composizione architettonica. Ha insegnato inoltre alla Facoltà di Architettura di Palermo e in diversi Master e Seminari internazionali di progettazione.
Nella ricerca affianca lo studio della città e dei monumenti, a quello sull’opera, le teorie e le poetiche di architetti moderni. Ha approfondito l’indagine sui temi dell’antichità e del rapporto tra vecchio e nuovo, in particolare negli studi su L’antico nella città e nelle tradizioni del moderno e Aree archeologiche e progetto d’architettura.
Ha pubblicato libri e saggi tra i quali: Aldo Andreani 1887-1971. Opere e progetti, 1989; Il Castello a mare di Palermo, 1993; “Non per altro si restaura che per apprendervi”: l’antico nella città e nelle tradizioni del moderno, 1990; Nuovi paesaggi urbani, 1994; Luoghi architettonici, 2000; Memoria e immanenza dell’antico nel progetto urbano, 2002; Agrocittà come paradigma. Studi e progetti per Cerignola, 2002; Bordi della città e approdi dalla campagna, 2003; Per una architettura di interpretazione, 2004; Invenzioni dell’antico. Studi e progetti per Milano archeologica, 2007.
Ha collaborato con numerose riviste, in particolare «Casabella»«Controspazio», «Hinterland»«Edilizia Popolare», «il moderno», «Costruire in laterizio», «Recuperare», «Arquitectura e Vida», «Il Giornale dell’Architettura», «Materia»«d’Architettura», «Abitare la Terra», «Il disegno di architettura», «Aión».
È autore di progetti per concorsi e per incarichi pubblici e privati. Tra i progetti a scala urbana si citano quelli per l’area Garibaldi-Repubblica a Milano, la zona degli impianti militari di Baggio, l’Eco Centre di Ispra, il Piano regolatore generale e il quartiere S. Samuele a Cerignola.
Tra le opere realizzate il Parco Lodi a Settimo Milanese, gli alloggi di edilizia sovvenzionata a Legnano e a Cerignola, gli stabilimenti Campari di Bussolengo, Cinisello Balsamo e Osimo, la sala consiliare e la piazza pubblica di Villa Marazzi a Cesano Boscone, le scuole di Lumezzane e di Cesano Boscone, il plesso scolastico di Villa Ducale e il Centro di quartiere a Cerignola, la villa di Vanzago. Di recente ha ottenuto la menzione speciale della giuria nel Concorso internazionale di progettazione “Darsena”a Milano, ha vinto il Concorso a inviti per il nuovo complesso parrocchiale in località Tre Ronchetti a Milano e il Concorso per un edificio strategico adibito a plesso scolastico a Monteleone di Puglia; ha esposto il progetto per Bari Punta Perotti alla Biennale di Venezia 2006.
Opere, progetti e lavori didattici, pubblicati su libri e riviste specializzate italiane e straniere, hanno ottenuto riconoscimenti e premi, tra cui l’11° Compasso d’Oro 1979, la selezione dell’IN/Arch nell’ambito della “Rassegna critica delle opere di architettura in Lombardia” 1983, la menzione speciale al “Marble Architectural Awards Italy 1988”, la selezione per la Mostra Internazionale di Architettura alla Biennale di Venezia 2006. Sono stati esposti in mostre e convegni; tra i più recenti: Periferie e nuove urbanità, Triennale di Milano, 2003; Memoria e immanenza dell’antico nel progetto urbano, Facoltà di Architettura di Porto, 2003; Identità dell’architettura italiana, Facoltà di Architettura di Firenze a partire dal 2003.
Ne hanno scritto, tra gli altri, Gianni Accasto, Marcella Aprile, Marco Biraghi, Enrico Bordogna, Guido Canella, Francesco Cellini, Ernesto D’Alfonso, Emilio Faroldi, Giovanni Klaus Koenig, Raffaella Neri, Cesare Piva, Manfredo Tafuri, Virgilio Vercelloni.

L’ANTICO COME PRINCIPIO DI NUOVA ARCHITETTURA
Angelo Torricelli
Tutors: Matteo Foresti, Gianluca Sortino, Valerio Tolve

L’esperienza progettuale che si propone ha lo scopo di trattare il tema dell’invenzione del progetto di architettura nelle sue relazioni con la costruzione della città, dunque svelare nella composizione un ordine nascosto che sottostà all’aspetto evidente. In questo senso intrecciare il punto di vista dell’archeologia con quello dell’architettura costituisce non tanto un argomento di erudizione, quanto un procedimento volto ad approfondire il tema dell’ideazione del progetto nel rapporto con
la stratificazione, considerata come campo di ricerca di un ordine celato e profondo delle forme.
Le città si sviluppano nel corso del tempo attraverso sovrapposizioni e stratificazioni, ridefinendo lentamente le gerarchie fra le entità di cui sono composte. La sovrapposizione dei segni, le geometrie e le regole non hanno solo un valore documentario, ma anche un valore costruttivo ed estetico. Secondo quest’ottica il progetto di architettura deve lavorare sul concetto di “sezione storica”, prendendo responsabilità nell’interpretazione e nel riconoscimento dei caratteri permanenti – ma anche delle discontinuità – che restano incisi nelle città e, più in generale negli insediamenti. Il progetto non si fonda, in definitiva, sulla prosecuzione della storia come processo “naturale” in svolgimento, ma, per contro, sull’idea del progetto come “sintesi interpretativa di progetti”. Esso difatti riscrive la storia, il contesto, i riferimenti; costruisce una concatenazione sì arbitraria, ma riconoscibile; e in questo senso afferma la sua fondatezza, la sua appropriatezza. L’antitesi tra imitazione, o adeguamento alle preesistenze, e contrapposizione come gesto contrastante – alla luce della quale di frequente viene espresso il giudizio sulla qualità degli attuali interventi nelle città – risulta del tutto improduttiva sotto il profilo critico, ma soprattutto dal punto di vista operativo.

L’ambito di applicazione del progetto è la città di Milano interpretata nel suo carattere di città arcipelago, “città di città” complessa e articolata nei percorsi, nel sistema di “segni” che si intersecano, si negano, si propongono apparentemente senza ragione. Del resto, gli studi urbani e le ricerche archeologiche recenti hanno evidenziato, fin dalle origini, la sovrapposizione nel tempo di innumerevoli sistemi urbanistici, tutti complessivi, impostati senza integrarsi, forse con la preoccupazione di rispettare da un lato situazioni precedenti, dall’altro di adeguarsi alla natura del suolo e delle acque, collegando tra loro i punti nodali.

Nel corso del workshop verrà specificata l’area di progetto, con la necessaria documentazione.

L’invenzione del suolo
lezione di Gianluca Sortino

Il modo in cui un edificio risolve il rapporto con il suolo dà forma e senso all’opposizione tra l’ordine fisso e artificiale dell’architettura e l’ordine della natura.
Diretto e senza mediazioni, oppure attraverso piattaforme vassoi basamenti e strutture, l’attacco a terra origina soluzioni formali determinanti per il carattere di un’architettura.
Un fatto di primaria importanza, dunque, che non può essere ridotto al semplice e inevitabile appoggiarsi degli edifici sul piano. Progettare un edificio significa, infatti, progettare anche la sua aderenza e appartenenza al suolo e, eventualmente, al sottosuolo.
Se con la Yourcenar possiamo dire che costruire è “collaborare con la terra, imprimere il segno dell’uomo su un paesaggio che ne resterà modificato per sempre”, si intuisce che il suolo è una risorsa compositiva e, attraverso la sua manipolazione, l’architettura ne riscrive la forma e la sezione, traducendo in pezzi di geometria, inesistenti prima del progetto, i tratti della natura di un luogo.
Ma ogni riscrittura è un’invenzione.
Ogni progetto, allora, inventa di volta in volta il suolo su cui fondare la sua architettura.
Così l’architettura degli antichi, per i quali la costruzione prevedeva e richiedeva la trasformazione della natura in artificio mediante un atto razionale disposto ad accettare i suggerimenti del sito. Scavare, livellare, contenere: tecniche costanti ed elementari di intervento sul suolo per dare forma concreta a un’idea di architettura.
Villa Adriana a Tivoli è in tal senso uno straordinario esempio di costruzione del suolo in cui un sistema articolato di masse, terrapieni e recinti, pur riesumando la conformazione naturale del sito, inventano sezioni, profili e stratificazioni per saldare a terra le nuove architetture.
“Ma sulla terra significa già sotto il cielo”, sosteneva Heiddeger per definire l’essenza del costruire, introducendo una variabile, il cielo appunto, che con il suolo definisce lo spazio dell’architettura, l’intervallo compreso tra gli orizzonti fondamentali del sopra e del sotto che proprio l’architettura riscatta, misura e rende percepibili.
Dall’atrium della casa degli antichi al Pantheon, dal pozzo di San Patrizio a Orvieto, al cortile circolare di Palazzo Farnese a Caprarola, l’opposizione tra la terra e cielo dà forma all’architettura.
Nel pozzo di San Patrizio in particolare, che è un’estensione rinascimentale dell’architettura del suolo degli etruschi invisibile e tagliata nella roccia, le rampe sovrapposte si aprono sul cilindro cavo a tutta altezza, lungo il cui asse verticale si fronteggiano l’acqua del fondo e l’oculo circolare posto al centro del compluvio della copertura.
Un altro passo nella nostra indagine lo consente Jorn Utzon che in “Piattaforme e altipiani” si sofferma su numerosi esempi di architetture che fondano il loro significato sul rapporto tra la copertura e la piattaforma artificiale su cui poggiano, tra un fatto dunque che appartiene al sopra e al cielo e un fatto che appartiene al suolo.
Chiarissima ed emblematica nella Galleria Nazionale di Mies Van der Rohe a Berlino, l’opposizione tra piattaforma e copertura costruisce il senso del Laboratorio di Prove Materiali dello IUAV di Francesco Venezia a Mestre, dove il guscio della copertura resta sospeso sulla piattaforma artificiale che modifica il suolo naturale in suolo dell’architettura, proiettando l’ombra netta e orizzontale che disegna l’attacco a terra dell’edificio.
E ancora, il Monumento alle Fosse Ardeatine a Roma, dove lo spazio del sacrario è una piattaforma in negativo, rovesciata e scavata nel suolo, che coincide per geometria e misura con la massa della copertura, appena sollevata da terra per controllare l’ingresso della luce.
Il suolo come risorsa compositiva occupa, infine, un ruolo sempre maggiore nella ricerca di Le Corbusier: dalla villa Savoye al Campidoglio di Chandigarh, il piano acquista spessore, si approfondisce nel suolo e diviene materia concreta da plasmare e indagare.
E con l’idea di suolo, si arricchiscono e si complicano le soluzioni formali e tecniche dell’attacco a terra degli edifici, dagli esili pilastri a sezione circolare delle “ville bianche” alle masse plastiche in cemento a vista poste alla base del Padiglione Svizzero alla Città Universitaria di Parigi e dell’Unité d’Habitation di Marsiglia.
Proprio a Marsiglia, i pilotis diventano segni giganti e potenti che emergono dal sottosuolo per sostenere il parallelepipedo perfetto delle residenze e sembrano, però, attraversarne il volume per riaffiorare in copertura, entro il recinto del muro d’attico.
Ancora una volta, dunque, il dialogo a distanza tra terra e cielo, dialogo simbolico e “divino”, si traduce in figura, forma e architettura.


Architettura e suolo. Schizzi di studio elaborati nel corso del workshop

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2 Risposte to “TORRICELLI”

  1. Complimenti al Prof. Sortino per il contributo molto interessante e ricco di spunti.

    • Splendida lezione L’invenzione del suolo.

      “La grandezza dell’uomo si misura in base a quel che cerca e all’insistenza con cui egli resta alla ricerca.”

      Martin Heidegger

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