MUNARIN

Stefano Munarin
Dal dicembre 2008 sono Ricercatore Universitario di Urbanistica presso la Facoltà di Architettura dell’Università Iuav di Venezia, dove svolgo attività di ricerca e ho insegnato a partire dal 2000, tenendo prima il corso di Teorie dell’Urbanistica e poi il corso di Urbanistica.
Dal 2004 al 2008 sono stato ricercatore alla Facoltà di Architettura di Siracusa, e dal 2006 al 2008 ho insegnato anche alla Facoltà di Ingegneria di Trento.
Sono ricercatore dal 2003 (confermato nel 2007), Dottore di Ricerca in Pianificazione Territoriale dal 1996, laureato in Urbanistica nel 1991 allo Iuav, mentre nel 1994 sono stato Visiting Researcher presso l’University of California a Berkeley (Usa).
Ho partecipato a diverse ricerche (The transformation of the urban habitat in Europe; Itaten; Returb, I futuri della città; Dispersione europea; Venezia città metropolitana), e attualmente con Maria Chiara Tosi coordino la ricerca internazionale The welfare space in Europe.
Ho lavorato alla redazione di piani e progetti per: Brescia, Pesaro, Casarano, Cadoneghe, Macerata, Siracusa, Belluno, Feltre, e sono consulente generale per il Piano Strutturale Comunale di Ferrara. Ho partecipato a concorsi di progettazione a Roma, Spoleto, Salerno, Lodi, Pescara, Sarajevo, Bolzano e Monza, e coordinato workshop a Venezia, Bari, Ascoli, Koortrijk, Vewelgem, Siracusa, Palazzolo Acreide, Mazara del Vallo.
Con Maria Chiara Tosi ho scritto il libro Tracce di città. Esplorazioni di un territorio abitato: l’area veneta, Ed. Angeli, Milano 2001, e ho pubblicato saggi in A. Clementi, G. Dematteis, P. C. Palermo, Le forme del territorio italiano, Laterza, Roma-Bari 1996; in G. Zucconi, La grande Venezia, Marsilio, Venezia 2002; in X. De Geyter, After sprawl, Nai, Rotterdam 2002; in F. C. Nigrelli, Il senso del vuoto, Manifestolibri, Roma 2005; in T. Seelig, U. Stahel, Trans Emilia, Christoph Merian Verlag, Winterthur, 2005. Ho inoltre pubblicato articoli sulle riviste «Urbanistica», «Asur» e «Cru».

ECCIPIENTI URBANI.
Immaginare nuovi spazi per abitare la città

Stefano Munarin
Tutors: Ruben Baiocco, Michela Pace, Cristina Renzoni

Ciò che mi affascina ed interessa della città è il suo essere “strumento di convivenza”, luogo che, obbligando a condividere la propria esperienza di vita con gli altri, permette di imparare a vivere assieme: non garantisce il risultato, ma consente di giocare la partita.

A partire da qui mi interessa riflettere sugli “spazi del welfare” e sugli spazi pubblici, o dove “si sta in pubblico”, sugli spazi che tengono insieme gli edifici, sugli elementi di coesione urbana.
Mi interessa riflettere sulle pratiche e i luoghi attraverso i quali oggi si ricerca non tanto il proprio benessere individuale, ma quella parte di benessere che ha bisogno e si genera dallo stare insieme, e attraverso pratiche di condivisione, i luoghi nei quali si attivano forme di “capitale sociale di reciprocità” e prendono vita “beni relazionali”: beni cioè la cui utilità per il soggetto che li consuma dipende, oltre che dalle loro caratteristiche intrinseche, dalle modalità di fruizione con altri soggetti.
Ciò significa tornare ad osservare la città come infrastruttura, come supporto capace di accogliere ed attivare relazioni sociali, significa riportare l’attenzione sulla città come “strumento della vita impersonale”, struttura in cui la diversità e la complessità delle persone, degli interessi e dei gusti sono fruibili come esperienza sociale.
A partire da tali questioni, e dal presupposto che ciò che ci tiene insieme è un obiettivo, un fine, un’idea del futuro piuttosto che qualcosa che ereditiamo dal passato, il workshop intende assumere come caso studio una generica porzione urbana, una parte di città che potrebbe stare ovunque in Europa, in cui svilupperemo progetti per lo spazio pubblico , lo spazio di relazione, lo spazio in-between. Cercheremo di trasformare in infrastruttura collettiva una serie di spazi interclusi nel tessuto urbano, ripenseremo quei “resti” che, quasi come fossero spazi senza nome, si insinuano nella città e costituiscono delle potenzialità in attesa.
Quando pratichiamo la città consolidata ci capita di usare principalmente proprio lo spazio che sta “tra”: tra l’esterno (strada, marciapiede, piazza, viale, brolo, portico, sagrato, vicolo, galleria, ecc.) e l’interno (negozio, hall, ingresso, foyer, ufficio, scuola, ecc.), tra lo spazio individuale e quello collettivo, tra i luoghi della privacy e quelli dove viviamo le nostre esperienze sociali. Oggi spesso è questo che manca: il “connettivo”. Cercheremo, quindi, di ripensarlo prestando attenzione in particolare alle relazioni tra città e spazi del welfare. Cercheremo di ripensarlo perché ovviamente non possiamo replicare la città del passato, riusando i suoi materiali (marciapiedi, viali, piazze, portici, ecc.), o semplicemente arredarlo (aggiungendo fontane o opere di land art) ma nemmeno accettare, con “cinico realismo”, come incontrovertibile dato di fatto, ciò che c’è.
Lo faremo sapendo che spesso si tratterà di lavorare su interventi minimi, che richiedono un lavoro umile, ai “limiti dell’architettura”, attraverso progetti che accettano le incrinature della città, che lavorano sulla “camminabilità urbana”, aperti rispetto al tempo, incrementali, progressivi e tendenzialmente a basso costo, che lavorano sullo spazio del quotidiano, progetti che nel loro insieme cercano di migliorare l’abitabilità della città.

Leggendo la composizione di una normale pastiglia contro il mal di testa, si scopre la presenza di un solo principio attivo (ad esempio ibuprofene) accanto ad una sorprendente sequenza di eccipienti: etilcellulosa, cellulosa acetoftalato, amido di mais, celluola microcristallina, saccarina, sodio croscarmellosio, aroma fragola, acido fumarico, silice colloidale, magnesio stearato, calcio fosfato dibasico anidro.
Ecco, a volte penso che con la stessa fantasia, inventando materiali nuovi (in fondo, esisterà veramente il sodio croscarmellosio? E cosa sarà mai l’acido fumarico?) dovremmo pensare un po’ di più anche all’eccipiente.
Mi pare che anche nella città, oltre ai principi attivi sia necessario e fondamentale l’intorno fatto di “banali” eccipienti, di materiali che “tengono insieme” le cose, rendendone di fatto possibile non solo l’uso, ma anche la stessa esistenza.

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